Cyberbullismo pensieri su un fenomeno mederno.

francesca Senza categoria

Youtube & Violenza, l’eccitazione di guardare. Guida al CYBERBULLISMO attraverso la Trilogia “Hunger Games”.

I ventiquattro tributi vengono rinchiusi in un’ampia arena all’aperto che può contenere di tutto, da un torrido deserto a una landa ghiacciata. Per varie settimane i concorrenti devono combattere sino alla morte. L’ultimo tributo ancora in piedi vince. (Suzanne Collins)

A Panem il miglior modo di passare il proprio tempo libero è quello di essere spettatore di uno show e tifare per la morte dei partecipanti dei distretti limitrofi al proprio, tutti adolescenti compresi tra i dodici e i diciotto anni.

Lo spettacolo ha inizio nel momento in cui si versa sangue e ci si libera degli avversari, con azioni violente e sempre molto spettacolari; solo così i partecipanti potranno attrarre le simpatie del pubblico e ricevere aiuti da casa, per diventare sempre più forti e sopravvivere ai giochi di sangue.

Come nell’Arena degli Hunger Games, sul web, sui social e su youtube vengono postati, a insaputa dei protagonisti, eventi di natura violenta o sessuale che esibiscono altri esseri umani al ludibrio della rete.

Così nel 2006 venne coniato il termine cyberbullismo per definire “un atto intenzionale aggressivo, effettuato da un individuo o da un gruppo, attraverso l’utilizzo di strumenti telematici in modo continuativo contro una vittima che non è in grado di difendersi (Smith et al., 2006). Il termine definisce inoltre un comportamento intenzionale e ripetuto nel tempo.

Un fenomeno oggi sempre più amplificato dai media che danno una rappresentazione di una generazione capace solo di violenza e non in grado di riconoscere alcun limite, pronta a riprendere il prossimo con il solo intento di metterlo in ridicolo o di poterlo successivamente ricattare. Ma questa rappresentazione non coglie la complessità del fenomeno in quanto i comportamenti antisociali nei giovani e l’interesse sociologico nei confronti del fenomeno esistono sin dagli anni ’20 del secolo scorso. (Centorrino)

Cosa sembra oggi diverso?

L’attuale generazione di adolescenti (Millenials), è la prima della storia ad essere nata interamente nella nuova rivoluzione digitale. Il nativo digitale, ovvero chi oggi ha meno di 20 anni, non sa neppure cosa sia un floppy disk o una videocassetta, non ha un prima o un dopo come gli adulti, vive un’epoca che lo sta portando a sviluppare sempre nuovi compiti di sviluppo, in una trasformazione continua dei propri schemi cognitivi e comportamentali.

In particolare il nativo digitale presenta alcuni elementi:

La prima è di essere multitask ovvero di riuscire ad elaborare più informazioni nello stesso momento (ascoltare musica, chattare, parlare al telefono, )

la seconda è la multimedialità: la sua vita è un intreccio di messaggi gestiti con più media (chat, sms e-mail, social…);

infine é plurireticolare, immerso in una molteplicità di reti in cui sa muoversi con destrezza e abilità ( dal broadcasting al narrowcasting).

Questo ci porta ad una modalità di comunicazione nuova che presuppone anche un nuovo concetto di comunità: la comunità in rete che non ha bisogno di prossimità fisica, ma in cui in cui è importante essere visibili, essere visti, notati, guardati, emergere dall’anonimato (Centorrino).

In tale scenario il bullismo divenuto cyber spaventa maggiormente in quanto gli adulti che lo studiano, non essendo nativi digitali, è come se sbarcassero per la prima volta in un pianeta sconosciuto, nel quale l’orientamento sembra essere difficoltoso.

Questo giovane “fragile e spavaldo” (Charmet) non più Edipo ma Narciso, vive la rete “come luogo di interazione e specchio delle attività relazionali svolte nella real life. Così il digitale nativo vive una dimensione plurireticolare per lui familiare con codici comunicativi nuovi e che non hanno precedenti (Centorrino).

In questo scenario s’inserisce il cyberbullismo con adolescenti vittime o artefici e caratteristiche diverse con ruoli contrapposti: non c’è bullo senza vittima.

Ma chi è il cyberbullo?

Tonioni parla di un cyberbullo “adolescente dominante” e descrive le seguenti caratteristiche:

  • aggressivo

  • impulsivo

  • scarsa tolleranza alle frustrazioni

  • grande considerazione di sé stesso

  • mancanza di empatia

  • mancanza di sensi di colpa

  • ostilità nei confronti della scuola e dell’ambiente familiare

  • abilità nelle attività sportive

Un adolescente diverso da quello descritto dalla Polizia Postale che fornisce un identikit del cyberbullo con un’età compresa tra i 10 e i 16 anni, un’immagine di bravo studente, una competenza informatica superiore alla media, e l’incapacità a valutare la gravità delle azioni compiute on-line, che usa internet per realizzare quello che magari non riesce a fare nella vita reale.

I cyberbulli sono coloro che non hanno il coraggio di colpire la vittima guardandola negli occhi, restando nascosti, mantenendo la loro invisibilità, si insinuano, ripetono, scandiscono, ossessionano, pubblicizzano, suggestionano, si infilano dentro le case, violando ogni intimità e forzando tutti gli sbarramenti” (Petrone Troiano pag. 86)

Il cyberbullo utilizza i blog, la rete informatica, i siti personali, youtube, i social, gli smartphone, le chat, gli sms, le fotografie scattate senza autorizzazione.

Mentre dall’altro lato la vittima appare

  • sensibile, ansiosa, insicura

  • difficoltà a comunicare

  • tendenza a sottomettersi

  • scarsa autostima

  • isolata

  • con difficoltà a chiedere aiuto

  • con scarsi strumenti per difendersi

  • diversa

È la dodicenne, quella che mi ricorda Prim, specie per l’altezza. Vista da vicino, dimostra solo dieci anni….Ma cosa può fare una fionda contro un maschio di cento chili armato di spada.

(Suzanne Collins)

Le vittime come Rue, la partecipante più giovane ai giochi in “Hunger Games”, appaiono particolarmente sensibili e più deboli fisicamente, ma le vittime del web, a differenza di Rue, sembrano più insicure, ansiose e scarsamente determinate.

Tanti sono i video postati su Youtube, il canale più famoso di condivisione gratuita di video amatoriali e non, in cui si possono osservare situazioni, episodi, scene di violenza gratuita tra adolescenti, in contesti pubblici e privati, con schiere di spettatori che incitano i protagonisti ad azioni sempre più violente. Solitamente colui che filma ed è dietro il videofonino, resta in silenzio, attento a cogliere i dettagli più cruenti, seguendo i protagonisti nelle loro azioni. Come un regista che aspetta il colpo di scena più sensazionale e naturale, per poterlo “postare” sul canale e trarne vantaggio, attraverso la condivisione tra milioni di spettatori e il riconoscimento attraverso il “Like”, non del suo volto o della sua persona, ma del suo operato.

Gli adolescenti sono particolarmente attratti dal cyberbullismo (nel 2016 in Italia i casi di cyberbullismo sono aumentati dell’8%) perché la nuova tecnologia sembra garantire agli adolescenti l’invisibilità, la possibilità di agire nell’ombra, sentendosi forti e invincibili verso un mondo reale che reale è solo in parte. Ma c’è un altro aspetto importante: la distanza fisica tra bullo e vittima che esacerba il comportamento violento e impedisce di attivare quegli atteggiamenti di controllo e inibizione già descritti da Lorenz: “come in passato l’invenzione di armi artificiali portò lo squilibrio fra la capacità omicidiale e le inibizioni sociali”(Lorenz) così l’apparecchio elettronico, la rete, permette di colpire in modo apparentemente anonimo, senza il confronto diretto con l’altro, entrando in un vortice di agiti a cui sembrano non corrispondere reali reazioni da parte delle vittime e degli spettatori del web, portando ad un’ inibizione percettiva di tutte le reazioni del mondo virtuale, se non attraverso il numero di like e condivisioni di video e post, come monito di approvazione da parte del web.

Il cyberbullo sembra avere alcune caratteristiche di personalità che rimandano ad un quadro narcisistico con un costrutto alessitimico, un deficit di simbolizzazione e un’incapacità ad empatizzare con l’altro .

Se l’empatia può formarsi grazie alla capacità dei caregivers di educare i bambini a comprendere le loro e le altrui emozioni dando loro un nome, favorendo un allenamento continuo nell’ identificazione dei propri stati d’animo, assistere a scene di violenza o non avere ricevuto il sufficiente contenimento rispetto all’emergere di emozioni come rabbia, paura, tristezza, vergogna, può rappresentare un serio ostacolo all’instaurarsi di un atteggiamento empatico, minando così la capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Se le emozioni sono in grado di guidarci empaticamente nel nostro rapporto con gli altri, i soggetti autori di cyberbullismo sembrano carenti nella manifestazione delle proprie emozioni ovvero nell’incapacità di attivare risposte affettive rispetto agli altri (e se stessi). Il cyberbullo quando incontra persone più deboli riesce a sentirsi forte, a crearsi un’immagine di sé potente che nasconde la sua fragilità e la proietta sugli altri”.

Il piacere provato nell’agire atti di violenza nei confronti di coetanei, ma anche nell’assistervi senza intervenire, sembra sottolineare alcuni aspetti importanti dell’adolescente che non riconoscendo le proprie parti fragili, finisce col proiettarle sull’altro per poi farle a pezzi. Così le parti ombra non assimilate e non riconosciute vengono distrutte e buttate fuori di sé.

L’atto di bullismo rappresenta per lui la conferma di un’immagine apparentemente forte e sicura di sé a cui per primo non crede “ (Tonioni).

Il bullo ha però bisogno di spettatori, di essere visto, solo così può trovare conferma di ciò che sta facendo e della propria identità. Così oltre al bullo, nell’arena, sui social e su youtube il piacere del guardare viene amplificato dagli spettatori, nell’incitamento alla violenza, nelle frasi denigratorie, nelle vessazioni, nei like. “Il ruolo degli spettatori serve a questo, a ribadire nel cyberbullo un sentimento di sicurezza, disinvoltura e assenza di inibizioni che altrimenti non reggerebbe” (Tonioni).

Gli “spettatori”, i cosiddetti bystanders, non solo stanno a guardare senza intervenire a favore della vittima, ma prendono posizione contro, con parole, frasi o condivisioni che finiscono con peggiorare la situazione della vittima in un ciclo senza fine.

Attraverso i nuovi strumenti il bullismo divenuto cyber sembra autoreplicarsi non permettendo mai di chiudere la spirale innescata. Tutto ciò garantisce al bullo la prova del suo successo.

… il vero divertimento degli Hunger Games è guardare i tributi uccidersi l’un l’altro. Di tanto in tanto un tributo lo uccidono, giusto per ricordare ai giocatori che possono farlo. Ma per la maggior parte del tempo ci manovrano affinché ci affrontiamo faccia a faccia.

Inizia a prendermi il panico. Non posso stare qui. Devo assolutamente fuggire. Ma non sento niente e non riesco a camminare. Porto una mano all’orecchio sinistro, quello che era rivolto dalla parte dell’esplosione, e me la ritrovo insanguinata. Sono diventata sorda per lo scoppio? L’idea mi terrorizza. Come cacciatrice, le mie orecchie sono importanti quanto i miei occhi, forse anche di più, a volte. Ma non posso lasciar trasparire il mio terrore. Sicuro come l’oro che in questo momento sono in diretta su tutti gli schermi di Panem. (Suzanne Collins)

E’ fondamentale chiedersi perché lo spettatore, adolescente e non, prova piacere nel guardare, commentare e condividere video violenti in cui i protagonisti sono bulli e vittime reali?

Esisterebbe forse un piacere dell’eccitazione per cui assistere a scene violente sarebbe legato ad un bisogno di provare sensazioni forti, emozioni intense in particolare in adolescenza quando la ricerca dell’eccitazione raggiunge il suo culmine. Molte ricerche concordano sul fatto che sono le persone che soffrono di noia e ipostimolazione nella vita quotidiana ad esporsi a contenuti violenti. Così la monotonia, l’agire prevedibile, la routine pare essere la spinta a ricercare nella violenza un’ esperienza stimolante (Gili).

Nell’assistere a scene di violenza chi osserva – adolescente gregario – può provare intense emozioni e forti sensazioni identificandosi con l’aggressore, rafforzando dentro di lui la propria immagine dell’Io, sentendosi parte integrante di un gruppo, anche solo come spettatore, dando il proprio contributo attraverso il like, la condivisione o il commento.

Non esisterebbe l’arena senza spettatori, non esisterebbero i bulli o i cyberbulli senza lo sguardo altrui come complice o sostenitore, ed è proprio per questo che il ruolo degli spettatori e del gruppo diventa determinante.

E’ il gruppo che determina la cristallizzazione del ruolo del prepotente e della vittima, mitizzando e proteggendo il bullo, a cui va la simpatia, e mal tollerando la fragilità delle vittime che evoca le fragilità personali” (Petrone Troiano pag.75).

Questa cristallizzazione dei ruoli (Tonioni) sembra far emergere come sia proprio il ruolo del bullo ad attivare, nel momento in cui lo incontra, il ruolo della vittima. Entrambi non attingono alle proprie risorse e potenzialità, alle altre parti nascoste, in ombra per uscire da una rigidità di ruoli che li confina a “rappresentare” solo quel ruolo in cui si sono confinati: quello di vittima e carnefice.

Ma negli Hunger Games emerge un fattore nuovo: l’alleanza tra difensore e vittima, tra Katniss e Rue che cambia le regole del gioco:

Rue ha deciso di fidarsi di me totalmente. Lo so perché, appena termina l’inno, mi si rannicchia accanto e si addormenta…il calore di Rue vicino a me, la sua testa appoggiata sulla mia spalla mi danno una sensazione di sicurezza. Mi rendo conto, per la prima volta, di quanto mi sono sentita sola nell’arena. Di quanto può essere confortante la presenza di un altro essere umano. (Suzanne Collins)

Il contatto e il dialogo interno, con il riconoscimento del proprio mondo emotivo, per quanto spaventoso, inaccettabile, incoerente, frustrante, possa sembrare, può essere la via principale per l’adolescente, per iniziare a prendere coscienza delle proprie azioni e delle conseguenze che queste possono avere sul mondo che lo circonda.

Solo attraverso il contatto con il mondo delle emozioni, possiamo stravolgere il sistema che come nell’arena degli “Hunger Games” può portare ad un reale cambiamento.

Il giovane adolescente, ignorante di lessico emotivo, corpo vivo di emozioni che vengono espresse fisiologicamente, ma non cognitivamente, deve essere guidato ad un dialogo prima esterno e poi interno, per riconoscere e tollerare tutto quel mondo emotivo che sembra inaccettabile, perché molto spesso negativo.

In un’ottica di prevenzione secondaria, il compito primario delle figure genitoriali, che attraverso: l’ascolto, il contenimento, i “paletti”, i “no” , accompagnano il giovane alla scoperta di nuovi limiti tollerabili e al riconoscimento di una psiche contenitrice attiva di emozioni non solo distruttive, ma anche costruttive e creative, cercando di non giudicare il giovane, ma portandolo alla consapevolezza che la natura umana è costituita da ambivalenza ed emozioni non per forza positive, ma non per questo non tollerabili.

Il difficile compito evolutivo dell’adolescente quando non incontra qualcosa o qualcuno che lo accompagni e gli mostri la via, diventa impervio e comporta un diverso rapporto tra giovani e adulti, così come viene affermato da Nicola Iannacone “il bullismo non può essere considerato un problema di singoli studenti, ma il risultato di un’interazione sociale, in cui gli adulti-educatori e gli spettatori svolgono un ruolo essenziale nel mantenere o modificare l’interazione. La prevenzione e il contrasto del bullismo nella scuola per risultare efficaci non si possono esaurire con l’intervento di un esperto esterno, ma devono stimolare l’attivazione di processi educativi di cambiamento per l’intera comunità scolastica”.

Per questo motivo l’intervento dovrà coinvolgere sia la comunità scolastica che familiare e sociale ma solo se gli adulti sapranno comunicare coi giovani e questo significa “comprendere più a fondo la cybercultura, il mondo di internet e, più in generale delle nuove tecnologie comunicative, per essere certi di poter fronteggiare le emergenze e i rischi, attraverso il possesso e la condivisione di un comune habitus comunicativo”. Occorrerà allora essere disponibili ad un ribaltamento dei ruoli, accettare l’autorevolezza dei giovani nella comprensione della cybercultura imparare da loro senza diventarne amici ma soci, attori coinvolti negli stessi spazi sociali e comprendendo il loro nuovo universo comunicativo – simbolico (Centorrino)

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